Alessandro Leogrande per AT, Taranto ha bisogno di analizzare criticamente il suo passato e di ripensare se stessa

Beh, non ritrovo la precedente mail, ma avevo semplicemente detto che, in relazione al vostro progetto, era bene coinvolgere anche soggetti istituzionali, accanto ad altri soggetti sociali (e ovviamente me). Non era un giudizio sulle istituzioni in quanto tali, o sul ruolo che esse hanno avuto nel caso Taranto. Cosa a cui peraltro ho dedicato un intero libro.

A ogni modo.

Penso che Taranto ha bisogno di analizzare criticamente il suo passato e di ripensare se stessa. Ha bisogno di una elaborazione culturale che rimetta in discussione il suo presente e il suo futuro. Ma tale elaborazione può aver qualche possibilità di successo solo se sarà in grado di attraversare le innumerevoli fratture che segnano il tessuto cittadino. Taranto è una città sfilacciata, divisa in parti, quartieri, cocci, particolarismi. Per ricomporli (quanto meno per farli dialogare tra loro) non serve solo un’operazione di denuncia del disastro urbano, industriale, e ambientale. O una via di fuga pensata per pochi, per alcuni, ma non per tutti. Serve un’opera di ricostruzione. Certo, sono essenziali i cittadini e le loro associazioni, sono vitali le spinte dal basso, ma bisognerà a un certo punto pensare anche al rinnovamento delle istituzioni, a un loro diverso rapporto con la città.
La crisi di Taranto è intimamente politica: è il “politico” che è venuto meno negli ultimi 20-25 anni, cedendo il passo all’accaparramento privato. Possiamo criticare quanto vogliamo quel “politico” (e io appartengono a una generazione che ha visto la macchina pubblica jonica vittima delle peggiori depredazioni), ma a un certo punto esso andrà anche ricostruito e ripensato, se vogliamo individuare soluzioni che riguardino tutti, e non solo alcuni segmenti della città.